Focaccia a Livorno CONTATTI | BIOGRAFIA

GIANNI NIGRO

I 2 Gianni Nigro sugli Scogli alla Deriva

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Gianni Nigro si sdoppia

Una Domenica Di Sole

In un mare sconfinato
di tristezza
di malinconie
per l’infanzia perduta
per la vita passata
laceravo me stesso.
Ma una mattina
una Domenica mattina
Rosaly
con forza sovrumana
mi estrasse dal
nulla
in cui ero sprofondato.
Si parte!
Come ai tempi d’oro
degli anni giovani.
Si parte!
E in un lampo
fu mare nuovo
e antico
frizzante
una domenica di sole
una domenica fresca
luce di Gennaio
come ai tempo d’oro
degli anni giovani.
La Terrazza di sempre
Il nuovo acquario
la gente in festa di sempre
le nuove vetrate
i sapori di sempre
la nuova ventata di vita
di voglia di vita.
Una splendida
Domenica di Sole.
Gianni Nigro in una domenica di sole sulla Terrazza Mascagni

VOLLEY, NUOVA AVVENTURA

Domenica 15 Gennaio 2017, al Pala Panini di Modena, io c’ero. Accanto a me c’era anche Juanita, da me affettuosamente rinominata Rosaly. Lei, anzi, si è divertita più di me e ne ha approfittato per perdere due chili, tifando e agitandosi assieme a tutto il gruppo degli AdF, gli Amici delle Farfalle.
Eh, sì, perché è stata veramente una domenica bestiale.
 Il mio primo amore, nel Volley femminile, è stato il Club Italia. Già, perché avevamo seguito le pre-olimpiche, questa Nazionale colorata, come l’aveva definita efficacemente la Diouf. In particolare, mi ero entusiasmato per le performance atletiche di Paoletta Egonu, favolosa pelle scura e agilità e potenza di una pantera nera. E poi le altre, Sylla, Bonifacio, eccetera.
 Dunque, la mia intenzione, all’inizio, era di seguire le partite del Club Italia, questa specie di mini-nazionale, le ragazzine terribili, come le avevano chiamate i giornalisti.
 La prima partita di campionato si teneva al Palayamamay di Busto Arsizio, il grande Tempio del Volley.  Un mese prima avevamo fatto una gita, partendo da Milano dove abitiamo, per rintracciare dove fosse questo misterioso oggetto di culto, il mitico Palayamamay, e avevo sbagliato strada per ben due volte, la prima uscendo allo svincolo di Busto, la seconda uscendo a quello di Legnano. Finalmente, dopo labirinti inestricabili, ripartendo dalla A4 in direzione Laghi, siamo usciti a Castellanza, e da lì arrivare al Palasport Maria Plantanida ribattezzato Palayamamay è stato un gioco da ragazzi.
 Io avevo in testa maps. Per questo, non uscendo da Castellanza, mi era impossibile far coincidere il navigatore col modello di percorso che avevo in mente.
Con le domenica (e a volte i sabato) di Volley, entrambi fummo catturati dall’aria di festa della partita. Quelle sì che erano domeniche!
 L’attesa in macchina, controllando se in tasca avevo i biglietti comperati giorni prima in Piazza del Duomo, spiando se aprivano il cancello, e poi fiondarsi verso la nuova avventura, due anziani arzilli (Rosaly più lenta ma meno a rischio di cadute rispetto a me), e prendere emozionati la birra nel bicchierone di plastica (Rosaly era la birrista, io la seguivo a ruota), Con la farfalla vivente che ci veniva incontro (la farfalla vivente è in effetti una ragazza dentro a una grande maschera più o meno somigliante a una farfalla) e tutto era ebbro di allegria e finalmente vedere dal vivo le nostre protagoniste tante volte seguite in tv!
 Paola Egonu, che sfiorava il cielo, lì a un metro, che rispondeva al saluto di Rosaly! E io che fotografavo entrambe col cellulare, su precise disposizioni di Rosaly.
Automaticamente, inevitabilmente, ci innamorammo anche della UNET YAMAMAY BUSTO ARSIZIO, la mitica Diouf, la nuova Martinez, le tosche Stufi e Pisani (eh sì, della mia amata Toscana ce n’erano di più nella UYBA che nelle due squadre di Firenze e Scandicci!).
 In breve, siamo diventati due scatenatissimi Amici della Farfalle. Sfegatati sostenitori della Unet Yamamay Busto Arsizio, al punto che Rosaly mi ha chiesto in regalo la maglietta della UYBA e ora ha le firme di Stufi, Signorile, Diouf, Martinez e altre.
 E l’avventura continua.


VOLAVO A 120

Volavo a 120 lungo l'Aurelia nel cuore nero della notte
Volavo a 130 nel cuore dell'estate
Volavo a 140 sopra la stretta scia d'asfalto
poi fu Maremma
magica e buia
e Grilli e San Guido e La California
tra occhi di lupo e zampe di cinghiale
Volavo a 150 lungo la nera striscia d'asfalto
e poi fu il Romito
curve a picco sul mare
Volavo a 150 in curve e discese
in vortici infiniti
e poi fu
Livorno.
Livorno
e le sue luci gialle
le finestre spente
le luci deboli dei lampioni di Livorno
le persiane chiuse di Livorno
gli odori e i suoni assenti e gli odori pieni
di Livorno.
Ed ero colmo
di felicità.

PS.: qualche giorno più tardi mi arrivò una multa
salatissima per eccesso di velocità.


«L'importante non è vincere, ma partecipare», disse Eddy Merckx dopo il suo settimo trionfo nella Milano - San Remo.
«Facile», disse Giotto. E disegnò il cerchio perfetto.

Scogli alla Deriva
A Milano nessuno muore di reumatismi. Tutti, però, prima o poi, muoiono ... con i reumatismi.




12 Luglio 2016 - Ore 12.20
Il lago Amo percorrere in auto, ad andatura lenta, la stradina che costeggia il lago.
Avanzo lentamente, con la mia vecchia auto, a marce basse, gettando occhiate allo specchio lucente del lago, ai riflessi del sole sull’acqua.
Almeno quando c’è il sole.
Guido e getto occhiate al lato opposto della strada, alle rocce del monte, all’erba, ai fiori, alle Ortensie multicolori, almeno quando è il periodo delle Ortensie.
Almeno, quando le Ortensie non marciscono per la troppa pioggia.
Durante l’estate del 2013 ci fu una vera orgia di Ortensie.
C’è una casa che è incastonata nel monte, e quell’estate era letteralmente circondata dalle Ortensie, davanti, di lato, sopra, dovunque. Ortensie celesti, per lo più. Ma anche Ortensie bianche, azzurre, rosse di un rosso scuro.
L’estate del 2014, un’estate senza estate, la pioggia aveva fatto marcire praticamente tutte le Ortensie.
E quell’estate, oltre ad essere un’estate senza estate e senza Ortensie, restò, nella mia mente anche un’estate senza pace.
Nel sole raro di quei giorni, tutto era strano, diverso, assopito. E sotto la frequente pioggia, tutti i fiori si intristivano. Io stesso mi sentivo strano, a causa degli eventi drammatici che avevano colpito Rosaly, vedevo nella tristezza delle Ortensie la mia stessa tristezza. Vedevo, nel grigio del cielo, l’umore della mia mente.
In quella estate senza estate, capivo come nella vita le poche certezze possano sfuggire dalle dita.
In quella estate senza estate mi sentivo un piccolo petalo di Ortensia, in balìa degli eventi.
E nei momenti in cui cercavo disperatamente di ritrovare un minimo di serenità, tornavo al lago, a percorrere con lentezza la stradina che costeggia il lago, anche perché così tentavo di affogare nel lago ogni angoscia. Poi l’estate senza estate finì, ma non le ansie.
Con la primavera tornò una relativa serenità.
E continuavo a percorrere a lenta andatura la stradina che costeggia il lago.
Dopo di me, pensavo, continuerà il mio fantasma. Il mio fantasma nella mia auto fantasma, e percorrerà sempre la stradina che costeggia il lago, almeno finché ci sarà la stradina, almeno finché ci sarà il lago.
Almeno finché ci sarà il mondo.


10 Luglio 2016 - Ore 10.20
Il mio pelouche preferito è una tartaruga. Lo chiamo Il Tarto.
Dunque, Tarto è il suo nome.
Ieri era triste.
Gli ho chiesto: «Tarto, perché sei triste?»
«Non lo so», mi ha risposto.
«Ma una ragione ci sarà».
«Non lo so. Sono triste e basta».
«Ma non posso far qualcosa, Tarto, per farti passare la tristezza? »
«Sì, lasciarmi nella mia tristezza. Poi passa».
«Passa da sola? »
«Sì, arriva, violentissima, poi passa».
«Ti capita spesso, Tarto? »
«Sì, negli ultimi anni sì. Da tre anni o poco più».
«E in tre anni non hai mai capito il perché della tristezza?»
«Oh, sì, alcune cause le ho individuate. Ma non si possono eliminare».
E dunque mi tengo la tristezza. Per favore, ti prego, lasciami nella mia tristezza».
«Ho capito, Tarto, ma siccome ti voglio bene e tu lo sai, mi dispiace e vorrei fare qualcosa contro la tua tristezza».
«No», e scosse il capo, «ti ringrazio, ma per favore, te lo chiedo per favore: lasciami con la mia tristezza».


9 Luglio 2016 - Ore 9.40
Per tanti e tanti anni, praticamente da quando ero adolescente, l’autunno mi piaceva. Tutti mi criticavano. Dicevano che l’autunno era triste. Ma a me piaceva. Così come mi piacevano le giornate di pioggia, indipendentemente dalla stagione. Dell’autunno, però, adoravo tutto, le foglie gialle, i viali di alberi con le foglie ingiallite, le foglie gialle dei ginkgo biloba e tutto il resto.
E mi piaceva l’inverno. Amavo le giornate fredde, amavo la neve, amavo le luminarie, l’attesa delle feste, il lento scorrere del tempo nelle giornate scure…
Ma tutto questo è finito. Di colpo. Meglio, dirà qualcuno. Forse quasi tutti. Meglio o peggio che sia, adesso io l’arrivo del freddo e del buio, non lo sopporto più!
Già a novembre comincio a intristirmi. E non vedo l’ora che sui fianchi dei monti, che sui bordi dei laghi, tornino a rifiorire le Ortensie! Le Ortensie, infine, sono rifiorite. Già dai primi di Giugno, qua e là. Ma il sole impietoso di queste due ultime settimane ne hanno già bruciate parecchie.
Per carità, non vorrei ripetere la vecchia tiritera "le stagioni non esistono più". Ma il clima è cambiato. Per davvero che il clima è cambiato! A metà Marzo ero vicino alle alpi ma neanche troppo vicino, ed è venuto giù un metro di neve, in un'ora. Poi scoppia un'estate a fine Giugno, che un tempo con tanta violenza arrivava soltanto nella seconda metà di Luglio.
Pensa positivo, Gianni. A volte però proprio non ci riesco.
Ma come si fa, dico io, a pensare positivo aprendo il telegiornale!
Apro il telegiornale e mi deprimo. No, molto meglio tornare al mio sito, che per un intero anno avevo lasciato là, giacente sull'hard disc di un server da qualche parte delle colline toscane.
8 Luglio 2016 - Ore 9.30
Novità. Stamani il cielo era grigio. Ma la fruttivendola era sconvolta e non aveva il fiato per pronunciare la parola "caldo". In realtà non c'è poi tutto questo caldo. Il termometro parte dai 20 della notte e alla mattina presto è a 22 gradi centigradi. Poi sale lentamente e a metà pomeriggio raggiunge i 30°, al massimo (e nei giorni precedenti, i 32).
La percezione termica di afa è determinata dal fatto che la terra, il verde, tutto è intriso d'acqua e dunque anche l'aria che respiriamo, questa umidità altissima, che ci rende simili a pesci fuori dal nostro abitat naturale e ci fa boccheggiare.
Ma domani sì, che è un altro giorno.
Tra "umani" ci diciamo l'un con l'altro di pensare al futuro, di lasciare perdere il passato. Già. Ma per un anziano che cos'è il futuro? Tra le tante cose belle, c'è anche la diminuzione della vista, dell'udito, della memoria, delle capacità motorie eccetera. Per non parlare di malanni sempre in agguato.
"Pensa positivo", diceva Jovanotti. Però io riesco a capire tutti coloro che vedono nel futuro qualcosa che continua. Mio padre non era d'accordo e io gli davo ragione, a quei tempi. Mio padre diceva che dopo la sua morte non gli sarebbe importato più nulla di nulla. Sì, perché di lui, diceva, non sarebbe rimasto niente.
Rosaly la pensa diversamente. Rosaly pensa che mio padre sia lassù, e che tenti di guidarmi. Io comincio a pensare come Rosaly, che lui sia da qualche parte, ma per carità, che eviti di farmi fare certi sbagli come ha fatto quando era quaggiù.
In un romanzo di fantasia, che per ora esiste solo in digitale e in alcune copie che ho stampato e nascosto, immagino che ci sia un'altra dimensione, dove vanno le "anime" lasciando quaggiù solo la parte materica della loro persona.
Ebbene, nessuno può essere sicuro che esista un al di là, ma nessuno ha prove reali che non esista. E allora mi piace pensare (illudermi?) che un al di là esista, che in qualche modo la vita continui, sotto altre forme, forme immateriche ...
che la mia auto fantasma ....
sarà fatta di vento...
Che io
sarò fatto di vento
in un volo sereno senza fine.
Comunque ... vedremo.
7 Luglio 2016 - Ore 10.15
Compro il quotidiano alle sei di mattina, come sempre. E chiedo alla giornalaia del Centro America: "Lei ha dormito, stanotte?" "Non ho dormito NADA!!!"
Chiedo ad altre persone, in panetteria, in un paio di bar. Nessuno ha dormito, a causa del caldo afoso, di quella che un tempo si chiamava canicola (adesso certi termini italiani che non si usano più, li ritrovo sui giornali del Ticino. Là parlano ancora un vetero - italiano).
Scendo alle 10 in farmacia e anche la farmacista mi conferma che non ha chiuso occhio. "Quando ha finalmente suonato la sveglia" mi dice, "ho pensato che finalmente potevo svegliarmi ufficialmente".
Oh, la mia estate del 2014! Quell'estate senza estate. Sì, piena di pioggia, piena di lacrime, piena di dolore. Ma tanto fresca! A volte mi chiedo: ma sono scemo o mangio i sassi?
Bene, domani è un altro giorno.
Di afa.
6 Luglio 2016 - Ore 7.20
Verrà un giorno
in uno spazio senza tempo
in un tempo senza spazio
in cui veleggerò
più leggero dell’aria
sempre a bordo della mia auto
sempre lungo la stradina
che costeggia il lago.
La mia automobile
sarà fatta di vento.
La stradina attorno al lago
sarà fatta di vento.
E io
sarò fatto di vento.
E sarà un sereno volo
senza fine.
5 Luglio 2016 - Ore 10.10
Anche oggi per un attimo ho sfiorato la voglia di un giro attorno al lago. Il mio amato giro attorno al lago. Schegge di guerra schizzano ancora in tutto il globo. Ma in questa stanza in penombra, c'è pace. Bello sarebbe che la pace di questa stanza si estendesse, come per magia, all'intero mondo.
5 Luglio 2016 - Ore 9.40
E il lago, nella sua fresca indifferenza, attende, lontano. Non so se si chieda quando tornerò a girare intorno al lago. Ma so che scriverò tutto quello che la vita ha lasciato in me. So che scriverò tutte le tracce che la vita ha lasciato indelebili nella mia anima. So che scriverò tutte, assolutamente tutte le mie ... tracce dell'anima.
5 Luglio 2016 - Ore 9.30
Oggi il cielo è meno grigio e non sono stato schiacciato dai ricordi.
Oggi mi sono svegliato felice.
Oggi è un buon giorno.
Nonostante il mondo.
4 Luglio 2016 - Ore 16.15
Oggi il cielo resta grigio, in un grigio giorno di Luglio. Riaffiorano lontanissimi ricordi, di sogni che si perdono nelle nubi del passato. I ricordi si accumulano nella mente. L'importante è non restarne schiacciato.
4 Luglio 2016 - Ore 11.45
Oggi il cielo è grigio, un grigio cielo di Luglio. E per un attimo ho sfiorato la voglia di un giro attorno al lago. Il mio solito amato quasi sempre uguale e sempre diverso giro attorno al lago. Schegge di guerra schizzano in tutto il globo. Dalla finestra vedo soltanto fiori gialli e un tranquillo grigio cielo di Luglio.

GIANNI NIGRO

Gianni Nigro alla Terrazza Mascagni
Cavalcando le onde della memoria Il mio primo viaggio avvenne in treno, in due tratti, d Livorno a Firenze e da Firenze a Faenza. Mi accompagnava mia madre e soprattutto la seconda tratta era veramente avventurosa. Il binario si inerpicava tortuosamente attraverso l’Appennino, un Appennino poco abitato e ancor meno conosciuto dal turismo.
La meta era un’antica vecchissima casa di campagna appartenuta da sempre alla famiglia di mia madre, dove avevano sfollato dalle città durante la guerra e dove poi, dagli anni Cinquanta, si ritrovavano tutti, d’estate.
Da quel dì, ad ogni mese di settembre, tornavamo, mia madre ed io. Mio padre, in effetti, non veniva volentieri, non si sentiva particolarmente attratto dai parenti di mia madre. In ogni caso, grazie ad un’eredità, nel 1956 mia madre poté comprarsi una Seicento e da quel momento il viaggetto di settembre in quel di Romagna avvenne automobilisticamente.
Erano viaggi lunghi, interminabili, prima percorrendo una strada strettissima che congiungeva Livorno con Firenze e che, proprio per la pericolosità della via, veniva chiamata l’Arnaccio. Poi seguiva l’interminabile attraversamento di Firenze, e infine si varcava l’Appennino zig-zagando per i tortuosi tornanti del Muraglione, passo che era così chiamato perché in cima, proprio al Passo, c’era, e c’è ancora, una grande muraglia al centro della carreggiata, fatta costruire dal Granduca di Toscana.
Ad ogni tornante c’erano delle croci, a ricordare incidenti terribili, e mia madre o entrambi i miei genitori ne erano piuttosto sconvolti. Ma una settimana dopo si tornava alla nostra Livorno, ed era nuovamente casa, nonni, cugini, e mare.
Sempre negli anni Cinquanta e ancora naturalmente con i miei genitori, vi fu un viaggio a Venezia, di cui ho pochissimi ricordi. Non avevo ancora cinque anni e più volte mia madre mi raccontò di terribili capricci da me fatti ad uno dei ristoranti più rinomati di Venezia, che mio padre frequentava dando fondo a tutti i risparmi che avevamo, nella speranza di agganciare l’amicizia di qualche personaggio importante dell’ambiente artistico. Pare che io abbia urlato per una buona decina di minuti perché la pastasciutta non aveva abbastanza ragù (ero abituato alla pasta condita generosamente da mia nonna) e soprattutto dal fatto che il bicchiere d’acqua, con l’aggiunta di un velo di vino, non fosse sufficientemente rosso. Mi misi a gridare: “Più vino, più vino!!!!” E tutta la gente si voltava, chiedendosi che genitori fossero quei degeneri che davano il vino a un bambino di quattro anni. Il viaggio che concluse il periodo livornese della mia vita avvenne in gennaio, nel 1959. Avevo quasi dieci anni e non mi rendevo conto che un’epoca si stava concludendo. Non mi rendevo conto che quei trecentodieci chilometri, che a percorrerli si impiegava un’intera giornata, lungo le strade millenarie dell’Aurelia, del Passo della Cisa e dell’Emilia, avrei perso per sempre la frequenza quotidiana dei miei nonni e dei miei cugini. Ma mio padre, nella sua cocciuta e prepotente volontà di portarci a Milano per intraprendere una carriera d’artista, non si poneva minimamente questo problema.
I viaggi successivi, in auto o in treno, furono a tema unico: sempre Milano – Livorno e ritorno, con unica variazione estiva alla casa di campagna in Romagna, dove forse trascorrevo i giorni più sereni e tranquilli dell’anno.
Erano comunque molto lontani i viaggi che avrebbero enormemente allargato i miei orizzonti. Per un’inspiegabile chiusura della mia mente, trascorsi tutti gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta a tornare, in auto o in bici, nei luoghi dell’infanzia, Livorno e Romagna. Poi, all’improvviso, un quasi casuale viaggio a Monaco di Baviera, mi obbligò a scoprire che al di là delle Alpi c’era un mondo, immenso, tutto da scoprire. E il ritmo delle novità fu rapidissimo. Berlino (c’era ancora il muro, anzi i due muri), Amburgo, Lubecca, Friburgo, Colonia, Kassel.
Dopo una lunga pausa, il mio eterno vagabondaggio riprese, e questa volta su larga scala, con l’aggiunta di Olanda e Danimarca, Francia e Inghilterra, Svezia e Norvegia, e infine Argentina.
Certo, il mondo è ancora vastissimo e tutto da scoprire, ma i viaggi costano e l’età avanza. Ma il numero e la qualità delle avventure da raccontare sono talmente tante, che pian pianino riuscirò nell’intento.
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